Fascismi del terzo millennio – Faschismen des dritten Jahrtausends

Deutscher Text unten

Le sezioni di Francoforte dell’ANPI e del VVN-BdA vi invitano ad una videoconferenza sul tema:

Fascismi del terzo millennio

presentato da

Pietro Castelli Gattinara

ricercatore presso l’Università di Oslo

Sabato 28 novembre 2020, ore 18:00

La conferenza sarà in italiano, con testo sottotitolato in tedesco. Al termine sarà possibile porre domande al relatore, in entrambe le lingue.

Il fenomeno del neofascismo in Italia non è certo una novità. Gruppi di estrema destra che si richiamano esplicitamente all’esperienza del fascismo storico hanno punteggiato l’intera storia dell’Italia repubblicana, rendendosi di volta in volta funzionali a mirati obiettivi politici e a trame eversive o terroristiche.

Negli anni più recenti si ha l’impressione di un’accresciuta agibilità sociale e politica di questi gruppi, favorita dalla contiguità con forze politiche di destra che hanno riscosso significativi riscontri elettorali e che hanno contribuito a ‘sdoganare’ gruppi altrimenti relegati in una condizione di marginalità. Con la conferenza di Pietro Castelli Gattinara, studioso dei movimenti neofascisti italiani, vogliamo fornire un’occasione di approfondimento di questo fenomeno inquietante, anche per contribuire a una più efficace opera di contrasto da parte di tutti gli antifascisti.

Per partecipare alla videoconferenza occorre registrarsi in anticipo: REGISTRATI QUI


Die Frankfurter Ortsverbände von ANPI und VVN-BdA laden ein zu einem Online-Vortrag zum Thema:

Faschismen des dritten Jahrtausends

präsentiert von

Pietro Castelli Gattinara

Wissenschaftler an der Universität Oslo

Samstag 28. November 2020, 18:00 Uhr

Der Vortrag findet in italienischer Sprache mit deutscher Übersetzung statt. Nach dem Vortrag werden die Teilnehmer dem Redner Fragen stellen können (auf Italienisch oder Deutsch).

Das Phänomen des Neofaschismus in Italien ist sicherlich nicht neu. Rechtsextreme Gruppen, die ausdrücklich an die Erfahrung des historischen Faschismus anknüpfen, sind in der Geschichte der Italienischen Republik eine ständige Konstante gewesen. Immer wieder sind diese Gruppen zu politischen Zwecken oder subversiven und terroristischen Verschwörungen instrumentalisiert worden.

In den letzten Jahren scheinen diese Gruppen über eine gesteigerte soziale und politische Handlungsfreiheit zu verfügen, dank ihrer Nähe zu rechten politischen Kräften, die bedeutsame Wahlerfolge erzielt haben und die dazu beigetragen haben, diese Gruppen zu legitimieren, die sonst marginal geblieben wären.

Mit dem Vortrag von Pietro Castelli Gattinara, dessen Forschungen sich mit den italienischen neofaschistischen Bewegungen beschäftigen, möchten wir eine Gelegenheit bieten, ein genaueres Verständnis dieses beunruhigenden Phänomens zu

gewinnen und somit dazu beitragen, den dagegen gerichteten Kampf aller antifaschistischen Kräfte effektiver zu gestalten.

Für die Teilnahme bitten wir darum, sich im Voraus mit dem folgenden Link anzumelden: SICH ANMELDEN

I morti di Westhausen ci parlano ancora

Foto di Dennis Auger (su licenza Creative Commons)

Un’ampia area del cimitero di Westhausen a Francoforte è occupata dal Cimitero militare italiano d’onore, che raccoglie le sepolture di 4787 italiane e italiani, militari e civili, morti nelle regioni centro-occidentali della Germania durante il periodo 1943-1945. Altri cimiteri consimili, che raccolgono salme provenienti da altre parti della Germania, esistono a Berlino, Amburgo e Monaco. A Varsavia e a Mathausen sono sepolti i morti italiani sotto il Terzo Reich, rispettivamente in Polonia e Austria.

Dagli anni ’50 del secolo scorso, ogni anno agli inizi di novembre si svolge una cerimonia pubblica di commemorazione a cura del Consolato Generale di Francoforte. Quest’anno la cerimonia, inizialmente prevista per un numero molto limitato di partecipanti, è stata poi annullata alla luce dell’aggravarsi della pandemia da COVID e delle relative misure prudenziali per prevenire i contagi.

Il 2020 sarebbe stato il primo anno in cui l’ANPI, costituitosi proprio quest’anno a Francoforte, avrebbe partecipato in forma riconosciuta alla cerimonia, e portato le proprie parole di commemorazione. Il presente contributo alla memoria di quei morti valga come parziale risarcimento della mancata commemorazione in situ. La grande maggioranza dei morti sepolti a Westhausen erano militari, soldati e ufficiali deportati e internati in Germania dopo l’8 settembre 1943, avendo rifiutato l’inquadramento nell’esercito tedesco o l’arruolamento nella RSI. Dei 600000 militari italiani che subirono questa sorte, molti morirono prima della fine della guerra, per lo più in conseguenza diretta delle durissime condizioni di detenzione, ed ora giacciono a Westhausen e negli altri cimiteri sopra ricordati.

Quei soldati sono stati i protagonisti di un’altra Resistenza, per parafrasare il titolo di un libro di Alessandro Natta, che aveva vissuto quell’esperienza in prima persona (Alessandro Natta, L’altra Resistenza, Torino, Einaudi, 1997). Una resistenza meno spettacolare di quella dei partigiani in armi in Italia, la resistenza di uomini umiliati, disarmati, e prigionieri; ma non meno fondamentale nel gettare le basi morali della nuova Italia democratica. Quei soldati, con diverse motivazioni personali e politiche, andando consapevolmente incontro a maltrattamenti e deprivazioni e, per molti, alla morte, con la loro scelta hanno mantenuto alto l’onore nazionale e l’aspirazione a una società democratica.

Il valore di quell’altra resistenza non è stato adeguatamente riconosciuto per molti decenni, situazione a cui anche questo articolo, nel suo piccolo, vuole opporsi con forza. I soldati seppelliti a Westhausen sono là a ricordarci ancora oggi che anche nei momenti più bui della storia, la pace, la libertà e la democrazia sono beni così fondamentali che moltissime donne e uomini sono disposti a lottare e sacrificarsi per preservarli o conquistarli.

Oltre ai militari, il cimitero di Westhausen ospita anche molti caduti civili, comprese donne e bambini. Che storia ci raccontano quei morti civili? È una storia che si iscrive nell’epopea lunga dell’emigrazione italiana durante il secolo scorso. Erano lavoratrici e lavoratori italiani che avevano cominciato ad affluire in Germania per contribuire con il loro lavoro ai preparativi dello sforzo bellico tedesco a partire dal 1937, sulla base di un accordo segreto fra Mussolini e Hitler, che prevedeva uno scambio fra manodopera italiana e carbone tedesco. Da quella data e fino al 1943 sono stati 500000 i lavoratori italiani trasferiti in Germania, su base volontaria (cioè sulla spinta della fame e della disoccupazione) o coatta; circa 120000 si trovavano ancora in Germania all’8 settembre. Molti di quei lavoratori e lavoratrici morirono negli ultimi anni terribili della guerra e ora riposano a Westhausen. Guerre, nazionalismi aggressivi, violenza discriminatoria, povertà e sfruttamento del lavoro non sono scomparsi da allora. Continuano a essere una realtà ben presente e una minaccia continua alle nostre società. Se prestiamo orecchio alla flebile voce dei morti di Westhausen, che sembra – ma è un’impressione fallace – provenire da molto lontano, possiamo sentire ciò che quei flagelli hanno significato per tante vite, ma anche la forza e la dignità con cui hanno resistito per il pane e la libertà.

Neonazismo e nuova destra – Neonazis und Neue Rechte

Deutscher Text unten

Le sezioni di Francoforte dell’ANPI e del VVN-BdA vi invitano ad una videoconferenza sul tema:

Neonazismo e nuova destra

presentato da

Fabian Virchow

professore presso l’università di Düsseldorf

Sabato 21 novembre 2020, ore 18:00

La conferenza sarà in tedesco, con testo sottotitolato in italiano. Al termine sarà possibile porre domande al relatore, in entrambe le lingue.

Gruppi e movimenti che si richiamano esplicitamente al nazismo, spesso collegati in una rete nera transnazionale, sono un fenomeno sempre più inquietante in Germania. In tempi recenti sono stati protagonisti o hanno ispirato episodi di violenza politica e razzista di grande clamore, e preoccupa la loro capacità di penetrazione nei corpi di sicurezza dello stato.

Ma la vera novità degli ultimi anni è l’affermazione anche elettorale di una destra estrema che coltiva ambigui rapporti di contiguità con i movimenti neonazisti, perseguendo politiche nazionalistiche e discriminatorie, e adottando parole d’ordine di tipo populista.

Con la conferenza di Fabian Virchow, noto esperto dei movimenti di estrema destra in Germania, vogliamo offrire un’occasione di approfondimento di questi fenomeni, anche nella convinzione che la conoscenza stia alla base di una più efficace opera di contrasto da parte di tutti gli antifascisti.

Per partecipare alla videoconferenza occorre registrarsi in anticipo: REGISTRATI QUI


Die Frankfurter Ortsverbände von ANPI und VVN-BdA laden ein zu einem Online-Vortrag zum Thema:

Neonazis und Neue Rechte

präsentiert von

Fabian Virchow

Professor an der Hochschule Düsseldorf, Leiter des Forschungsschwerpunkts Rechtsextremismus/Neonazismus

Samstag 21. November 2020, 18:00 Uhr

Der Vortrag findet in italienischer Sprache mit deutscher Übersetzung statt. Nach dem Vortrag werden die Teilnehmer dem Redner Fragen stellen können (auf Italienisch oder Deutsch).

Gruppen und Bewegungen, die ausdrücklich an den Nationalsozialismus anknüpfen und sich oft in einem internationalen rechtsextremen Netzwerk organisieren, sind in Deutschland ein zunehmend beunruhigendes Phänomen. In der letzten Zeit sind diese Gruppen Protagonisten politischer und rassistischer Gewalt gewesen (oder haben diese inspiriert), die großes Aufsehen erregt hat. Darüber hinaus erweist sich ihre Fähigkeit, in die staatlichen Sicherheitsdienste einzudringen, als äußerst besorgniserregend.

Die echte Neuheit der letzten Jahre sind jedoch die Wahlerfolge einer extremen Rechten, die enge Beziehungen zu den Neonazi-Bewegungen pflegt, eine nationalistische und diskriminierende Politik verfolgt und populistische Parolen verwendet.Mit dem Vortrag von Fabian Virchow, einem namhaften Experten für rechtsextreme Bewegungen in Deutschland, möchten wir allen Interessierten ein besseres Verständnis dieses Phänomens ermöglichen und zu einer effektiveren Oppositionsarbeit aller antifaschistischen Kräfte beitragen.

Für die Teilnahme bitten wir darum, sich im Voraus mit dem folgenden Link anzumelden: SICH ANMELDEN

Disertare: defezione o rivolta? – Desertieren: Fahnenflucht oder Widerstand?

Anna Chiarloni, professoressa emerita presso l’Università di Torino, si sofferma sul tema della diserzione dei militari della Wehrmacht durante l’ultima guerra mondiale, concentrandosi in particolare sul lungo percorso che è stato necessario per valorizzare quell’esperienza come una forma di resistenza alla violenza subita e inflitta.

Anna Chiarloni, emeritierte Professorin der Universität Turin, konzentriert sich auf das Thema der Desertion der Wehrmachtssoldaten während des letzten Weltkrieges, und insbesondere auf den langwierigen Prozess, der es ermöglichte, die Erfahrung der Desertion als eine positiv zu bewertende Form des Widerstands zu verstehen angesichts der erlittenen und ausgeübten Gewalt.

Note e testo della canzone d’apertura da https://www.youtube.com/watch?v=N89hhks40vY,  Leo Kowald, licensed Creative Commons.

Text und Musik aus: https://www.youtube.com/watch?v=N89hhks40vY, von Leo Kowald, licensed Creative Commons.

Buona visione!

Addio, Presidente

Carla Nespolo, fonte ANPI Nazionale

Abbiamo appreso con grande tristezza la notizia della scomparsa di Carla Nespolo, Presidente dell’ANPI Nazionale dal 2017 e prima donna alla guida dell’associazione.

Il suo lavoro è stato contrassegnato da una grandissima coerenza con lo spirito resistenziale, che Carla Nespolo ha mantenuto vivo non solo come memoria storica ma anche e soprattutto come fonte d’ispirazione per l’intervento attivo dell’ANPI nella società di oggi.

Teniamo in particolare a ricordare il forte impegno che ha caratterizzato la sua presidenza nel contrasto al razzismo e all’intolleranza, così come la sua passione per la democrazia, che da ultimo si è espressa nell’impegno personale nella difesa delle ragioni di NO in occasione del recente referendum costituzionale.

Anche grazie a lei e alla sua apertura, la presenza delle donne nella storia italiana a partire dalla guerra e dalla Resistenza ha trovato visibilità e spazio.

Addio, Presidente.

Le sezioni ANPI di Germania

8 settembre 1943. Storia e memoria di un paese e delle sue scelte

8 settembre 1943.
Badoglio comunica la firma dell’armistizio che mette fine alle ostilità nei confronti delle Potenze Alleate. Il Re fugge a Brindisi lasciando le forze armate senza chiari ordini. L’esercito si sfascia. La Wermacht prende Roma mentre al sud avanzano gli Alleati. I militari e la popolazione civile devono scegliere la propria parte. Sta iniziando una nuova guerra. Inizia la Resistenza.
Proprio a partire dal prossimo 8 settembre, per ricordare e riflettere su uno dei momenti più significativi e controversi della storia d’Italia, l’ANPI Berlino Brandeburgo, in collaborazione con le Sezioni ANPI di Francoforte e Colonia, organizza una serie di quattro incontri online con storici che analizzeranno premesse, significati e conseguenze dell’8 settembre 1943 con particolare attenzione alla scelta di resistenza dei militari.

S’inizierà l’8 settembre alle ore 18.30 con Nicolò Da Lio  (Università degli Studi di Padova) e il suo intervento dal titolo “Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. Le Forze Armate italiane e l’armistizio dell’8 settembre 1943Qui il link per registrarsi e partecipare.

Il 15 settembre alle 18.30 sarà poi Filippo Focardi (Università degli Studi di Padova) che parlerà di “Disonore, trauma, riscatto. L’8 settembre e il conflitto delle memorie”Qui il link per registrarsi e partecipare.

Il 21 settembre alle 18.30 Monica Fioravanzo (Università degli Studi di Padova) parlerà di “25 luglio – 8 settembre 1943: il lungo viaggio verso l’armistizio”Qui il link per registrarsi e partecipare.

Infine, il 25 settembre alle 18.30 Silvia Pascale (Consigliere Nazionale e Dirigente ANEI di Treviso) e Orlando Materassi (Presidente Nazionale ANEI) discuteranno de “Il valore di una scelta. Gli Internati Militari Italiani come prima forma di Resistenza”Qui il link per registrarsi e partecipare.

Per partecipare è necessario iscriversi ai singoli incontri cliccando sui link riportati sopra.

La locandina della serie di eventi é scaricabile cliccando qui.

Anna, Giulia, Silvia, Giuseppe e Luca
Comitato di Sezione ANPI Berlino Brandeburgo

Prima la democrazia

Le sezioni ANPI Germania vi invitano a un incontro pubblico online sul tema

Prima la democrazia

Le ragioni per il NO al referendum costituzionale sul taglio del numero dei parlamentari

Venerdì 4 settembre 2020, ore 18:30

Interverranno:

Felice Besostri

avvocato ed ex-Senatore

Alfiero Grandi

sindacalista ed ex-Deputato

Il 20-21 settembre siamo chiamati a votare per confermare o meno la riforma costituzionale che taglia il numero dei parlamentari di oltre il 36%. Con la motivazione di un effimero risparmio di spesa, l’effetto di questa riforma sarebbe quello di ridurre drasticamente la rappresentanza parlamentare, con il risultato che potenzialmente milioni di cittadini non vedrebbero più le proprie opinioni politiche rappresentate in Parlamento. Il ruolo del Parlamento, massima espressione della democrazia secondo la nostra Costituzione, risulterebbe seriamente indebolito.

La rappresentanza parlamentare degli italiani all’estero sarebbe ridotta in misura tale da renderla insignificante ed inefficace per l’elevato numero di circoscrizioni che i pochi parlamentari dovrebbero rappresentare, e ciò proprio mentre negli ultimi anni il numero di italiani all’estero è considerevolmente aumentato ed è in continua crescita.

La scelta di accorpare il voto referendario con la tornata di elezioni amministrative è un grave ostacolo a un dibattito pubblico ampio su un tema di centrale rilevanza costituzionale. Le sezioni ANPI di Germania intendono offrire a tutti i cittadini un’occasione di approfondimento sulle ragioni che ci portano a dire NO a questa riforma.

La registrazione dell’incontro è disponibile di seguito.

Buona visione.

Le Sezioni ANPI di Berlino-Brandeburgo, Colonia e Francoforte sul Meno.

Le donne nella Resistenza – Frauen in der Resistenza

Quale fu il ruolo delle donne nella Resistenza?

Liana Novelli, docente emerita di Storia delle Donne all’Università di Francoforte, parla del ruolo delle partigiane nella lotta di liberazione dal nazifascismo tra il 1943 e il 1945 in Italia.

Liana Novelli, emeritierte Dozentin für Frauengeschichte an der Uni Frankfurt, spricht über die Rolle der Frauen im Befreiungskrieg vom Nazifascismus zwischen 1943 und 1945.

Buona visione!

Pandemia e Democrazia

La sezione ANPI di Francoforte vi invita ad un dibattito virtuale sul tema

Pandemia e democrazia

Interverranno

Alessio Calabrese

insegnante di Storia e Filosofia al Liceo Edoardo Amaldi, nel quartiere romano di Tor Bella Monaca

Salvatore Cingari

docente di Storia delle Dottrine Politiche alla Università per gli Stranieri di Perugia

Cinzia Maiolini

sindacalista, responsabile dell’Ufficio Lavoro 4.0 presso la CGIL nazionale

Franz Sindermann

pedagogista sociale e coordinatore per la formazione professionale dei migranti nel Centro di Formazione Permanente di Francoforte

Domenica 21 giugno 2020, ore 17:00

Gli ultimi mesi hanno segnato un cambiamento tanto radicale nelle nostre vite, nelle società, nelle economie di tutto il mondo, da imporci alcune riflessioni.

Com’è stata affrontata la pandemia dai diversi Governi? Quali sono state le priorità?

Le evidenti differenze di azione tra l’Italia e la Germania, le prime due economie manifatturiere europee, sono il segnale di un diverso approccio al vivere sociale e al mondo del lavoro da parte dei due Paesi? Le misure di contenimento del contagio adottate in Italia sono state, infatti, molto più severe, con inevitabili ricadute sul piano sociale, economico e psicologico.

Gli interventi compensativi del Governo sono stati adeguati ad alleviare il disagio sociale? Quali scelte politiche saranno necessarie per ridurre, invece che aumentare, le disuguaglianze?

E infine, quale futuro immaginare alla luce delle esperienze vissute?


Aggiornamento

Di seguito e sul canale YouTube ANPI Francoforte è ora disponibile la registrazione del dibattito.

Buona visione!

Le tre Resistenze 75 anni dopo

“Abbiamo voluto raccontare la molteplicità della Resistenza, il suo essere costituita da tante spinte diverse, azioni differenti, partecipazioni ineguali ed eterogenee, ma convergenti […] verso un unico fine.”

Questo si legge nell’introduzione della voluminosa Storia della Resistenza di Marcello Flores e Mimmo Franzinelli (Laterza, pp. 673, euro 35) uscito pochi mesi fa “nell’approssimarsi del 75° anniversario della Liberazione”.

Nello scorrere questo lavoro, suddiviso in diciotto capitoli tematici, non strettamente cronologici, ho individuato le mie tre Resistenze: la Resistenza armata dei partigiani, la Resistenza dei militari che si sono rifiutati di aderire alla RSI e la Resistenza civile di coloro che hanno affiancato clandestinamente la lotta armata con aiuti materiali o logistici.

Flores – Franzinelli
Storia della Resistenza
Laterza, Bari 2019 pp. 673, euro 35

Su questi molteplici aspetti della Resistenza italiana si soffermano i due autori sulla base delle più recenti analisi storiche e su un approfondito e nuovo esame degli archivi e della documentazione oggi a disposizione. Quindi è una narrazione ben lontana dal racconto agiografico dei primi anni del dopoguerra, ma assolutamente opposta e contraria al revisionismo palese od occulto (vedi Pansa) che tende ad equiparare chi combatteva e moriva per la libertà con chi era dalla parte degli oppressori, dei torturatori e dei fucilatori.

L’opera quindi si sofferma e approfondisce anche temi cruciali e controversi, che anni fa erano quasi un tabù. Ripensiamo alle polemiche che nel 1991 accolsero il saggiodi Claudio Pavone Una guerra civile, espressione fino ad allora utilizzata solo dagli apologeti neofascisti. Flores e Franzinelli non hanno timore di affrontare questo e altri argomenti scottanti. Molto dettagliati sono i capitoli dedicati appunto alla così detta Guerra civile (Cap. III), ma anche alle Resistenze in chiaroscuro (Cap. XV) e ai Partigiani contro partigiani (Cap. XVI).

Il lettore, anche non specializzato, è condotto dai due autori con un linguaggio chiaro e piacevole lungo la storia dei venti mesi di occupazione tedesca. Un corredo di fotografie intertesto e numerosi testi, anche inediti, sono inseriti al termine di ogni capitolo.

Il saggio inizia con alcuni fatti poco noti legati agli infiltrati antifascisti inviati in Italia dal SOE britannico ancora prima dell’8 settembre, al fine di raccogliere informazioni militari e creare cellule politiche in vista della preparazione della campagna d’Italia. Tentativi praticamente tutti scoperti dal controspionaggio militare e finiti tragicamente con condanne a morte per spionaggio a favore del nemico davanti ai tribunali militari del Regno. Ciò non toglie di considerare questi personaggi come “antesignani” della Resistenza.

Uno dei capitoli iniziali è dedicato a Il tempo delle scelte e indica che “i due principali filoni alla base della Resistenza sono quello dell’antifascismo storico […] sopravvissuto tra carcere, confino ed esilio, e quello di una parte della gioventù, indottrinata nel ventennio mussoliniano e gettata al macello della seconda guerra mondiale, che passa risolutamente all’opposizione, sentendosi ingannata dal duce.”

Come ho detto, questa storia della resistenza è principalmente tematica e non cronologica, però al termine del volume è presente una dettagliata Cronologia che copre il periodo da gennaio 1943 a luglio 1945.

Appassionante è il capitolo dedicato alle Donne resistenti (Cap. IX), che “l’eccezionalità della situazione italiana del 1943-1945, con la sovrapposizione e intreccio di guerra di liberazione nazionale, guerra civile e lotta di classe, determina situazioni inedite di coinvolgimento femminile nello scontro totale in corso”.

La motivazione delle donne di partecipare alla lotta di liberazione è, secondo gli autori, una scelta del tutto libera e volontaria, a differenza dei loro coetanei maschi che “devono forzatamente scegliere tra l’arruolamento nella RSI, l’occultamento nella renitenza o la militanza nella Resistenza”.

La partecipazione delle donne è stata a lungo dimenticata o sottovalutata sia dalla politica che dalla storiografia del primo dopoguerra. Nella narrazione tradizionale “maschilista”, era riconosciuto alle donne un ruolo ancillare (staffetta, vivandiera, infermiera) tralasciando il contributo prettamente militare, che molte di loro ebbero all’interno delle unità combattenti. “Con il passaggio dalla guerra alla pace, la stragrande maggioranza delle partigiane e delle collaboratrici della Resistenza rientra nei ruoli consueti, in seno alle famiglie, in riconoscimento dei canoni patriarcali dominanti”. Malgrado si stimi che oltre 120.000 furono le donne coinvolte, tra combattenti e fiancheggiatrici delle formazioni armate o affiliate ai Gruppi di difesa della donna, pochissime ricevettero la “qualifica” di partigiano. Addirittura le brigate garibaldine impedirono loro di partecipare alle sfilate dopo la Liberazione. Nel libro è riportata la testimonianza di Tersilia Fenoglio Oppedisano: “Io non ho potuto partecipare alla sfilata, i compagni non mi hanno lasciata andare. Nessuna partigiana garibaldina ha sfilato. […] Poi ho visto i distaccamenti di Mauri [Divisione Alpina autonoma] con le donne che avevano insieme. Mamma mia per fortuna non c’ero andata anch’io! La gente diceva che erano delle puttane.”

Eppure le donne, se catturate, correvano anche rischi maggiori della tortura, carcerazione, deportazione o fucilazione. Tina Anselmi, allora diciassettenne staffetta della Brigata “Battisti”, rammenta nel suo volumetto di ricordi (La Gabriella in bicicletta, Manni Editori, Lecce 2019) che il suo comandante le aveva detto “Se ti prendono i tedeschi, prega che t’ammazzino perché altrimenti quello che ti faranno sarà peggio”.

Flores e Franzinelli non hanno la pretesa di dare giudizi conclusivi sulla guerra di Liberazione, piuttosto vogliono dare argomenti e spunti per una più vasta rilettura e valutazione dei fatti. Ad esempio si soffermano sulla difficoltà di instaurare un chiaro rapporto tra gli alleati e il CLNAI e le varie formazioni partigiane. Ma anche si soffermano sulla competizione tra il SOE britannico e l’OSS statunitense. Il timore degli inglesi è che anche in Italia si possa arrivare ad una situazione “greca”, dove la liberazione sfociò in una annosa guerra civile tra le forze governative e i partigiani comunisti, mentre gli americani tendevano ad utilizzare le formazioni partigiane italiane in semplici atti di sabotaggio dietro le linee, anziché in una vera guerriglia contro i tedeschi, avendo deciso, dopo lo sbarco in Normandia, di considerare il fronte meridionale come un fronte secondario. Tutti ricordiamo le infauste conseguenze sulla Resistenza italiana del “Proclama Alexander” dell’autunno 1944, che ordinava alle formazioni partigiane di sospendere ogni attività in attesa della ripresa dell’offensiva alleata nella primavera seguente.

I due autori dedicano ampie pagine del loro lavoro alla difficile situazione del confine orientale, dove alla lotta comune contro gli occupanti nazisti si sommano i contrasti tra i partigiani italiani e i partigiani jugoslavi sul futuro della Venezia Giulia e di Trieste, come anche il lascito di vent’anni di persecuzione fascista nei confronti delle popolazioni slovene e croate. “In questo ambito un ruolo importante, cruciale e apparentemente contradditorio, svolse il Partito comunista italiano. […] La spiegazione del comportamento del PCI, tutt’altro che lineare […] ha una spiegazione tutto sommato semplice, che risponde alla «doppiezza» incarnata dal partito soprattutto dopo il ritorno di Togliatti in Italia: […] «l’appartenenza consensuale del PCI a una scala gerarchica di comando, strutturata espressamente da Stalin sulla base della politica estera dell’Urss»”.

È in questo contesto che si pongono i fatti di Porzûs con i tentativi di insabbiamento per evitare accertamenti e le gravi diatribe sulle responsabilità delle foibe istriane del 1943 e del 1945, ancora oggi utilizzate strumentalmente dai neofascisti per gettare fango sull’intera Resistenza.

Ora vorrei soffermarmi sulla “Seconda Resistenza”, quella dei militari italiani lasciati alla mercé dei tedeschi senza alcuna direttiva da parte del governo Badoglio e degli alti comandi militari dopo l’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre.

“La morte della Patria” è stato chiamato il disgregamento di un intero esercito. Per molto tempo si è sottolineato il “Tutti a casa” del film con Alberto Sordi e si sono invece trascurati gli innumerevoli episodi di resistenza attiva di intere divisioni e di interi reparti contro il disarmo ordinato dai tedeschi. Ci sono voluti decenni prima di ricordare i martiri di Cefalonia, di Corfù e di tanti altri episodi valorosi e tragici. Come ha ricordato Eric Gobetti nella sua conferenza del 3 maggio scorso, diverse decine di migliaia di soldati, al seguito dei loro ufficiali, formarono in Jugoslavia la Divisione italiana partigiana Garibaldi che combatté al fianco dei titini fino alla primavera del 1945 con perdite superiori ai diecimila caduti.

Dei circa 800.000 Internati militari italiani (IMI) in Germania solo una esigua percentuale accettò di arruolarsi nell’esercito della RSI per sfuggire alla penosa prigionia germanica. Ricordano Flores e Franzinelli “l’inserimento a tutti gli effetti degli IMI nell’ambito della Resistenza […] è stato colpevolmente ignorato per alcuni decenni dopo la fine della guerra, a livello politico come sul piano storiografico”.

A questo proposito mi permetto di inserire una nota personale.

Mio suocero, ufficiale pilota della Regia aeronautica, già aiutante di volo del Sottosegretario Generale Pricolo, l’8 settembre si trovava in licenza di convalescenza in Veneto. Rimasto senza ordini, decise comunque di riprendere servizio al Ministero dell’Aeronautica trasferitosi a Bari, supportato in questa decisione anche da suo fratello, addetto aeronautico aggiunto presso l’ambasciata italiana di Berlino, dalla quale era partito il 3 settembre 1943 (aveva subodorato qualcosa?). Messisi in borghese e partiti dal Veneto in bicicletta, attraversarono su percorsi interni la Romagna, le Marche e gli Abbruzzi. Dopo circa un mese riuscirono a passare la linea del fronte a Casacalenda in Molise, dove si presentarono al comando inglese di zona. Da qui furono accompagnati a Bari dove ripresero servizio nella Regia aeronautica.

Dal diario di mio suocero riporto alcuni brani che ritengo interessanti, perché si parla dell’incontro con i primi partigiani abruzzesi, forse gli embrioni della Brigata Maiella:

[...] Nessun tedesco si era ancora inoltrato in quella zona, dove invece si annidavano diversi giovani di Atessa e dintorni, armati di fucili e pistole. [...] Uscimmo dal paese percorrendo un sentiero nascosto. La mulattiera era molto fangosa, perciò fummo costretti ad avanzare lentamente. Arrivammo a destinazione dopo due ore e mezza di cammino, e alle prime case fummo fermati bruscamente da alcuni giovani che tenevano minacciosamente le armi puntate. Essi svolgevano un servizio di guardia tutt'intorno all'abitato, disseminato su una vasta zona collinosa, nascosta dietro a boschi di faggio e a una fitta vegetazione.
Al ristorante vi era un gruppo di giovani animosi e fra questi un capitano degli alpini, in borghese, con il distintivo del grado sul petto della camicia. Questi faceva grandi progetti e parlava di azioni patriottiche e di numerosi reparti di partigiani armati che si erano organizzati sulle pendici del Gran Sasso, in attesa di agire contro i tedeschi. (24.09.1943, Montalto delle Marche – Ascoli Piceno)
Nel gruppo di patrioti al quale eravamo stati ammessi come membri onorari, vi era un tenente medico siciliano, un giovane agente della Questura di Roma, alcuni studenti e il proprietario di una autorimessa di Atessa. (6.10.1943, Tornareccio - Chieti)

Dopo la Resistenza dei militari possiamo affrontare la Terza Resistenza, cioè quella “civile”, comprendente le italiane e gli italiani che, pur non avendo imbracciato le armi, si sono opposti direttamente o indirettamente ai nazi-fascisti. Nel libro di Flores e Franzinelli vengono indicati i vari aspetti di questa opposizione clandestina, si citano le centinaia di migliaia di contadini che, volenti o nolenti, assicurarono cibo e riparo ai partigiani a prezzo di sanguinose rappresaglie e vendette eseguite dai nazi-fascisti. Pensiamo non solo ai singoli casi, ma alle intere popolazioni passate per le armi come a Marzabotto o Sant’Anna di Stazzema.

Nelle città, dove operavano i GAP o le SAP, senza l’appoggio della popolazione civile non si sarebbero potute porre le basi per le loro azioni.

Nel saggio sono ricordati anche i numerosi interventi da parte delle istituzioni religiose, dei conventi e delle parrocchie dove trovavano accoglienza ebrei, oppositori politici, partigiani feriti, malgrado l’atteggiamento spesso contradditorio delle gerarchie ecclesiastiche. “Il numero degli ecclesiastici inseriti organicamente nelle formazioni partigiane è calcolabile nell’ordine delle poche decine di unità, mentre assai maggiore è quello dei sacerdoti che facevano saltuariamente la spola tra chiese, conventi e gruppi di ribelli. E ai quali fuggiaschi e ribelli si rivolgevano in caso di necessità, trovando soccorso”.

Ancora un ricordo personale di opposizione civile all’occupazione tedesca di Roma. Mio padre, iscritto alla Democrazia cristiana clandestina, faceva parte di un’organizzazione che si incaricava di produrre documenti falsi con i quali ex prigionieri alleati o renitenti alla leva fascista potessero raggiungere luoghi di rifugio (parrocchie, conventi, ecc.) o tentare di attraversare le linee per recarsi al Sud.

Nel ’43-44 ero troppo piccolo per avere ricordi diretti, ma dai racconti di famiglia so che a casa nostra si tenevano riunioni clandestine alle quali partecipavano cattolici antifascisti che sarebbero in seguito diventati protagonisti della Costituente e della vita politica nazionale, tra i quali ad esempio Giorgio La Pira.

Torniamo invece alla parte conclusiva della Storia della Resistenza di Flores e Franzinelli e in particolare all’ultimo capitolo Il doloroso percorso della pacificazione. Come ho già detto, i due autori affrontano da storici e non da polemisti il controverso periodo post 25 aprile. “Che tra il 1943 e il 1945 si sia svolta in Italia anche una guerra civile e non solo una lotta per cacciare l’invasore e l’oppressore straniero, lo certificano subito gli esiti immediati della Liberazione, caratterizzata da giorni, settimane e mesi di violenze diverse ma tutte riconducibili – in qualche modo – al contesto dei venti mesi precedenti. […] A esserne oggetto furono prevalentemente, anche se non solo, i fascisti che negli ultimi giorni avevano effettuato […] ulteriori uccisioni ed efferatezze.” Però, documenti alla mano, gli autori contestano la vulgata neofascista e revisionista che indicano in “trecentomila gli assassinati al Nord”, riportandola alla più veritiera e credibile cifra di circa 9.000-10.000 morti.

Una particolare attenzione viene posta alle conseguenze, anche nefaste, per la democrazia italiana della “amnistia Togliatti” e del mancato rinnovamento della struttura statuale – specialmente ai vertici del sistema giudiziario – che, invece di portare a una pacificazione attraverso giusti processi e giuste condanne, ha fornito praticamente una sorta di immunità a tutti i livelli, grandi e piccoli, del passato regime, “mantenendo invece inalterato il tasso di propaganda politica e ideologica, di accuse strumentali e autogiustificazioni, di propensione a giudicare piuttosto che a comprendere quel complesso momento della nostra storia”.

Agostino Botti

Magonza, maggio 2020