I morti di Westhausen ci parlano ancora

Foto di Dennis Auger (su licenza Creative Commons)

Un’ampia area del cimitero di Westhausen a Francoforte è occupata dal Cimitero militare italiano d’onore, che raccoglie le sepolture di 4787 italiane e italiani, militari e civili, morti nelle regioni centro-occidentali della Germania durante il periodo 1943-1945. Altri cimiteri consimili, che raccolgono salme provenienti da altre parti della Germania, esistono a Berlino, Amburgo e Monaco. A Varsavia e a Mathausen sono sepolti i morti italiani sotto il Terzo Reich, rispettivamente in Polonia e Austria.

Dagli anni ’50 del secolo scorso, ogni anno agli inizi di novembre si svolge una cerimonia pubblica di commemorazione a cura del Consolato Generale di Francoforte. Quest’anno la cerimonia, inizialmente prevista per un numero molto limitato di partecipanti, è stata poi annullata alla luce dell’aggravarsi della pandemia da COVID e delle relative misure prudenziali per prevenire i contagi.

Il 2020 sarebbe stato il primo anno in cui l’ANPI, costituitosi proprio quest’anno a Francoforte, avrebbe partecipato in forma riconosciuta alla cerimonia, e portato le proprie parole di commemorazione. Il presente contributo alla memoria di quei morti valga come parziale risarcimento della mancata commemorazione in situ. La grande maggioranza dei morti sepolti a Westhausen erano militari, soldati e ufficiali deportati e internati in Germania dopo l’8 settembre 1943, avendo rifiutato l’inquadramento nell’esercito tedesco o l’arruolamento nella RSI. Dei 600000 militari italiani che subirono questa sorte, molti morirono prima della fine della guerra, per lo più in conseguenza diretta delle durissime condizioni di detenzione, ed ora giacciono a Westhausen e negli altri cimiteri sopra ricordati.

Quei soldati sono stati i protagonisti di un’altra Resistenza, per parafrasare il titolo di un libro di Alessandro Natta, che aveva vissuto quell’esperienza in prima persona (Alessandro Natta, L’altra Resistenza, Torino, Einaudi, 1997). Una resistenza meno spettacolare di quella dei partigiani in armi in Italia, la resistenza di uomini umiliati, disarmati, e prigionieri; ma non meno fondamentale nel gettare le basi morali della nuova Italia democratica. Quei soldati, con diverse motivazioni personali e politiche, andando consapevolmente incontro a maltrattamenti e deprivazioni e, per molti, alla morte, con la loro scelta hanno mantenuto alto l’onore nazionale e l’aspirazione a una società democratica.

Il valore di quell’altra resistenza non è stato adeguatamente riconosciuto per molti decenni, situazione a cui anche questo articolo, nel suo piccolo, vuole opporsi con forza. I soldati seppelliti a Westhausen sono là a ricordarci ancora oggi che anche nei momenti più bui della storia, la pace, la libertà e la democrazia sono beni così fondamentali che moltissime donne e uomini sono disposti a lottare e sacrificarsi per preservarli o conquistarli.

Oltre ai militari, il cimitero di Westhausen ospita anche molti caduti civili, comprese donne e bambini. Che storia ci raccontano quei morti civili? È una storia che si iscrive nell’epopea lunga dell’emigrazione italiana durante il secolo scorso. Erano lavoratrici e lavoratori italiani che avevano cominciato ad affluire in Germania per contribuire con il loro lavoro ai preparativi dello sforzo bellico tedesco a partire dal 1937, sulla base di un accordo segreto fra Mussolini e Hitler, che prevedeva uno scambio fra manodopera italiana e carbone tedesco. Da quella data e fino al 1943 sono stati 500000 i lavoratori italiani trasferiti in Germania, su base volontaria (cioè sulla spinta della fame e della disoccupazione) o coatta; circa 120000 si trovavano ancora in Germania all’8 settembre. Molti di quei lavoratori e lavoratrici morirono negli ultimi anni terribili della guerra e ora riposano a Westhausen. Guerre, nazionalismi aggressivi, violenza discriminatoria, povertà e sfruttamento del lavoro non sono scomparsi da allora. Continuano a essere una realtà ben presente e una minaccia continua alle nostre società. Se prestiamo orecchio alla flebile voce dei morti di Westhausen, che sembra – ma è un’impressione fallace – provenire da molto lontano, possiamo sentire ciò che quei flagelli hanno significato per tante vite, ma anche la forza e la dignità con cui hanno resistito per il pane e la libertà.